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INCONTRO CON ADRIANO SOFRI - MEETING ADRIANO SOFRI

Carcere di Pisa 5 ottobre 2001. Sono trascorse poche settimane dai fatti dell’11 settembre.

Nell’ultima sceneggiatura mi aveva colpito questo dettaglio della ragazza incinta nella fila dei prigionieri dei sequestrati, di cui clandestinamente cercano di toccare la pancia. Questa vita che si muove dentro […] io penso che - prima hai usato, non so se di proposito, la parola salvare, la parola salvezza è forse un po’ troppo ambiziosa ecco - però penso che a riscattare provvisoriamente tutto questo orrore siano questi dettagli, dunque il racconto delle cose, ecco. Invidio le persone che hanno un potere sufficiente a illuderle, o magari non a illudere, ma a consentire davvero di maneggiare le cose per ridurre il danno quando questa cosa non può più avvenire. Insomma per quelli di noi per i quali non può avvenire, il racconto delle cose diventa la vita, diventa la cosa più importante.

La finzione è dovunque in agguato, ma non c’è proprio niente di male. E’ come accorgersi, in una spiaggia di sassi insomma, che c’è un sasso bello. Fermarsi, chinarsi, raccoglierlo e distinguerlo da tutti gli altri che formano quella pietraia. Dunque probabilmente la mia posizione a proposito della Bosnia, o in qualunque altro posto in cui fossi immerso fino al collo, dipendeva da questo, mi piaceva molto essere ascoltatore e ripetitore di racconti, delle cose che succedevano [ma] temevo che la finzione in qualche modo le tradisse, o comunque fosse al di sotto, al di sotto anche artistico, se vogliamo usare questo termine, delle cose che uno era riuscito a vedere e a capire (Adriano Sofri, 2001). 

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