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BAIRES - SARAJEVO

 

Festival del Cinema di Torino

Il viaggio in Bosnia del 1995, fatto insieme al giornalista Gigi Riva, ha permesso al regista Marco Bechis di trovare la chiave formale con cui rappresentare la violenza nel successivo film, Garage Olimpo (1999).

Estratto dalle Note di regia al film Garage Olimpo - Come nel 1995 trovai in Bosnia le immagini per filmare a Buenos Aires il mio secondo film GARAGE OLIMPO: 
”La domanda che mi ponevo era: come filmare la violenza? Con quali immagini? Quelle immagini le trovai durante il viaggio in Bosnia che feci al seguito del giornalista Gigi Riva”.

Dal testo del film:

“Un documentario su un campo di concentramento in funzione non e' mai stato fatto, per intuibili motivi non e' possibile farlo. Ho voluto documentare il mio rapporto con quell'esperienza e quindi ridare immagini a delle vicende che non ne hanno nemmeno una. I desaparecidos non hanno immagini. La domanda che mi sono posto e' stata: quali immagini? Qualunque immagine va bene? Evidentemente no. E questo problema è stato un’ossessione ad ogni inquadratura. Secondo me l'immagine ha una sua etica. Cosa significa? Che un'intenzione puo' essere tradita dall'immagine che si usa perche' l'immagine ha dei codici propri che non sono quelli della scrittura. Allora quali immagini per descrivere un campo di concentramento? Nei sotterranei, la macchina da presa è sempre in spalla, la luce e' quella della lampadina che si vede nell'inquadratura. Non c'e' stata alcuna luce aggiunta. Fuori, nella superficie, la città è stata invece raccontata come fiction, con luce artificiale, carrelli, che in questo dispositivo funzionavano come fiction uguale finzione: gli abitanti vivevano nella finzione, sotto c'era la realtà. Sul set c'erano sopravvissuti, madri e figli di desaparecidos, che osservavano in silenzio. L'attore necessariamente si è dovuto calare in una situazione che non era quella a cui e' abituato per professione. Ho girato in modo sequenziale. Gli attori non hanno letto mai la sceneggiatura intera, ricevevano giorno per giorno le scene da girare. Volevo che si concentrassero sul qui e ora, su chi erano e non sull'intero arco del loro personaggio che li avrebbe messi inevitabilmente in una prospettiva più speculativa. Se la domanda è: la violenza si puo' rappresentare? La risposta é: la violenza non si può rappresentare perchè é soggettiva. Non c'è alcuna oggettività nella violenza. Quindi: come fare con un mezzo come il cinema a raccontare qualcosa di così intimo? Una donna sopravvissuta a un lungo periodo di detenzione e di tortura disse un giorno a qualcuno che le chiedeva cosa le avevano fatto: "Di certe cose parlo solo con le mie piante". Questa risposta mi ha accompagnato sempre, dalla scrittura al montaggio.”

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karta@garageolimpo.it